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dell'interiorità
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i quadri di
Alessandro
Caboni
Acquarelli e olio su
tela, dal pensiero al surrealismo … il sogno e la realtà
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Sfondo del sito: Estasi
dell'artista di Alessandro Caboni

Magritte
non amava dipingere. Non mancano gli aneddoti e le testimonianze dirette che
confermano il suo atteggiamento di staccato rispetto al "fare pittura".
Ma ne sono buona testimonianza le opere stesse che rifiutano ogni "cedimento"
pittorico, tese a sviluppare in immagine la fragranza dell'idea, unica protagonista
dei suoi lavori. Il suo è un dipingere freddo, levigato, meticoloso
ma senza palpiti di pennello, senza sorprese di tocchi, di gesti, d'inebrianti
incidenti di percorso. Tuttavia, e paradossalmente, la sua prassi si colloca
nel cuore della pittura, vale a dire nella centralità dialettica dello
sguardo, del vedere e in sintesi della visione. Il problema della visione
come territorio orgogliosamente presidiato dall'arte moderna e rivendicato
in quanto specificità conoscitiva inalienabile e paritetica rispetto
all'attività scientifica, fìlosofìca e tecnologica che
sembrava esaurire ogni possibile funzione conoscitiva, aveva negli anni Venti
attraversato circa un secolo di travagliate e però trionfanti esperienze.
All'occhio nudo degli impressionisti, teso alla percezione veloce e retinica
del mondo attraverso la cangiante fenomenologia della luce, si era sovrapposto
lo sguardo "armato" del simbolismo, la cui "lente" tendeva
a oltrepassare il visibile e a identificare la verità del mondo con
ciò che viveva al di sotto e al di là del visibile.
Da parte sua Paul Cézanne aveva sottolineato la problematicità
e la dialettica della visione: «D'accordo, io vedo, ma come vedo?».
La domanda presupponeva il superamento sia dell'impressionismo che del simbolismo
e introduceva la sferica realtà della coscienza nella retinicità
degli impressionisti e nella nebulosità dei simbolisti. Da parte sua
Van Gogh invertiva Ì vettori tradizionali dello sguardo esaltando il
dramma di una visione interiore che rovesciava sul mondo i propri turbamenti,
distorcendone ogni modello naturalistico.
Raccolte da Braque e da Picasso, le spinte contrastanti della specificità
visiva trovavano nel cubismo una sistemazione organica, tale da fare apparire
esaurita e improbabile ogni ulteriore ricerca. Ciò in parte era vero.
Proprio i due "fratelli cubisti" conducevano infatti al limite estremo
l'indagine circa il formarsi della visione, pilotando a un'iperbolica congiunzione
sia le valenze interiori che quelle esteriori della forma. Braque, più
di Picasso, liberava il costruirsi della forma e l'organicità strutturale
dell'immagine dai vincoli e dalle similitudini con la realtà.
L'immagine, insomma, cominciava a esistere in assoluta autonomia rispetto
alle cose del mondo, dalle quali non era più condizionata ne doveva
trarre giustificazione alcuna. E d'altra parte, sotto la spinta dell'interiorità,
essa si scioglieva nella libera espressività di Kandinskij, negli stilemi
di Klee, nelle strutture aperte di Mirò.
Il problema della visione, intesa come territorio dialettico in cui percezione,
emozione e riflessione giungevano alla sintesi formale dell'immagine, aveva
dunque esaurito ogni spazio di ricerca e ogni problematicità di base?
No, risponde Rene Magritte; se infatti quasi tutto era stato detto dal punto
di vista della sua costruzione, tutto o quasi c'era ancora da esprimere in
ordine al suo problema logico.
E la realtà a essere carica di non-senso, oppure essa si dispiega in
ordinata naturalità e sono invece i nostri apparati riceventi e conoscitivi
(i sensi e la ragione, la fantasia e la regola)a sconvolgerne la logica? E
questo il mistero che è al centro dell'opera di Magritte. Esso si fa
tanto più assillante quanto più la sua pittura si affina realisticamente,
tanto più, si direbbe, si rivolge con meticolosa cura a ritrarre il
vero.
Il problema non consiste nel rispondere positivamente al quesito che spesso
è stato posto a sigillo della sua opera: se cioè si possa essere
realisti e nello stesso tempo surrealisti, naturalisti e antinaturalisti.
La domanda è fuori luogo, anche se potrebbe apparire affascinante e
risolutiva. Non esiste una profondità, esiste una prospettiva. Non
esistono delle distanze, esistono invece dei punti di vista. L'ombra non appartiene
al mondo dei segni, in quanto è destinata a mutarsi ed è strettamente
dipendente dalla presenza di un corpo solido: non è tangibile, eppure
occupa una superficie e contemporaneamente uno spazio. La superficie è
visibile, lo spazio è intuibile: buia caverna potenziale che si spalanca
misteriosamente tra noi e la nostra immagine di cui siamo la proiezione.
La realtà, la surrealtà, il senso e il non-scnso non appartengono
ne al mondo ne alla coscienza, ne alla ragione ne all'irrazionalità:
la coincidenza di questi poli opposti affonda le proprie radici soprattutto
nella struttura della visione.
E difficile immaginare un surrealista che non rivolga la propria attenzione
preferenziale al sogno. Magritte ne nega l'importanza. D'altra parte è
altrettanto riduttivo appiattire il surrealismo alla traduzione del mondo
dei sogni in immagini:
fantasmi che prendono forma di corpo. O Magritte non appartiene all'ortodossia
surrealista o la poetica bretoniana va rivista alla luce di una coscienza
del linguaggio più profonda di quanto non lo siano le facili espansioni
di surrealtà che ne minarono, fin dall'inizio, il percorso e ne alimentarono
un fastidioso espansionismo. In entrambi i casi la chiave di volta è
rappresentata dall'arte di Magritte.
Non
c'è bisogno del sogno, è sufficiente guardare; anzi, è
sufficiente "guardare" la visione, de-scrivere le sue crisi, il
suo ictus, le sue continuità e discontinuità, le intercapedini,
i pieni e i vuoti. L'artista belga ha ragione quando ritiene che se è
sostenibile che, secondo una logica strettamente surreale, il sogno rappresenti
la vera vita, cioè la parte reale dell'esistenza, è però
altrettanto sostenibile il contrario: cioè che la realtà visibile
e tangibile non sia che un sogno. In sintesi il problema non si pone, è
semplicemente superfluo.
Un filosofo sosterrebbe che ogni cosa esiste solo dal momento in cui se ne
ha coscienza; uno scienziato dichiarerebbe che è reale ogni cosa di
cui si abbia conoscenza in ordine alle cause, al "funzionamento"
e agli esiti. Magritte è pittore e per lui la realtà si concretizza
nella visione, nella conoscenza e nella coscienza che si ha di essa.
Il problema di Ceci n'est pas une pipe in cui la scritta si contrappone all'immagine
dipinta, consiste ancora una volta nel processo di acquisizione della realtà
attraverso lo sguardo. Ingenua e ripetitiva in quanto traduzione pittorica
di un principio di scollamento tra sogno e realtà e tra segni di differente
natura, l'opera ha fatto nascere non poche ipotesi critiche in ordine a una
analiticità del linguaggio che si traduca in arte come autoanalisi
strutturale. Da qui sono scaturiti i collegamenti che la critica ha creduto
di poter fare tra le esperienze concettuali del secondo dopoguerra e la pittura
di Magritte.
In ciò è presente una certa dose di verità, naturalmente;
ma non sono questi il "luogo", il mistero, l'enigma centrale della
tela, ne sono questi i presupposti della sua straordinaria qualità
e importanza. Essi vanno intesi piuttosto nella perdita di organicità
della visione, pari peraltro alla sua evidente autorità che ne tutela
la concretezza.
Quelle tracce di epigramma, disintegrato nello scollamento tra i due linguaggi,
sono in realtà la testimonianza di uno sguardo ostinato che, percorrendo
"da vicino" la scrittura, perde la forma dell'oggetto e, viceversa,
nel colpo d'occhio a distanza, non cattura più il testo che lo "descrive".
L'impossibilità, che Magritte sottolinea, di compattare nella visione
una conoscenza "equilibrata" rappresenta di per se stessa un principio
di spaesamento che appartiene prima di lutto alla struttura e per così
dire al mondo dei segni. Sono Ì segni che, di diversa conformazione,
sono tra loro spaesati; e lo sono, peraltro, rispetto al loro significato.
L'uso dello spaesarnento, strategia compositiva che caratterizza il surrealismo,
nasce in Magritte da una consapevolezza semiologica generale, ma soprattutto
da una riflessione specifica sulla struttura complessa e gravida di elementi
inconciliabili che appartiene alla natura stessa della visione. In essa il
tempo, la memoria, le funzioni delle cose cadute sotto il nostro sguardo non
possiedono di fatto una certezza logica, ne una certezza di relazioni. O per
lo meno, entrambi gli aspetti sono irrilevanti rispetto al silenzio che contrassegna
ogni immagine, alla distanza che le collega e le disgiunge, al mistero che
le avvolge e insieme ne sostiene resistenza.
Lo spaesarnento si manifesta senz'altro nella tipologia di una mela al posto
di una testa, di un leone in compagnia di un angelo, di una tavola da biliardo
assieme a una bicicletta (e via dicendo), immagini in cui gli oggetti perdono
la loro funzione quotidiana: la bicicletta non serve per spostarsi da un luogo
all'altro o un sigaro invece di venire fumato vive in simbiosi con un pesce;
ma prima ancora esso si evidenzia nel codice del linguaggio che si presenta
come un vestito intercambiabile che le convenzioni rendono funzionale a un
solo oggetto, ma che una ridistribuzione all'interno del sistema potrebbe
pur sempre assegnare a differenti realtà.
Magritte è attento sia all'arte metafisica che all'ormai antica radice
simbolista che dal secolo passato si proiettava nel no stro. Della prima percepisce
l'enigmaticità, della seconda soprattutto il bipolarismo verità-mistero.
Proprio questo binomio rendeva allucinato l'occhio del Polifemo redoniano
e innestava nel simbolismo in genere una contraddizione insanabile, che da
una parte esprimeva l'esigenza moderna di perforare le apparenze esteriori
del mondo, superando il naturalismo retinico degli impressionisti - per i
simbolisti la verità aveva sede più nell'ombra che nella luce,
dentro e dietro le superfici piuttosto che nel loro apparire "en plein
air" -, dall'altra parte però riesumava le tradizioni della pittura
o meglio il loro fantasma:
conseguenza inevitabile di uno sguardo che, per non rimanere irretito nell'inganno
delle apparenze del mondo, identificava la verità con la sua spiritualizzazione.
La scoperta del sogno, del subconscio, delle pulsioni medianiche della psiche
e di quelle profonde dell'io, permetteva al surrealismo di risolvere il paradosso
e di "materializzare" in forma di realtà quanto di oscuro
e di misterioso poteva nascondersi al di là di ciò che si vede,
vale a dire nella "caverna" dell'animo moderno. Sono stati i surrealisti
a riabilitare il sogno nei confronti della realtà tangibile. E Breton
iperbolicamente si chiedeva se l'esperienza della veglia non fosse solouna
parentesi del sonno e della notte: non viceversa, come la tradizione insegna.
Tuttavia il surrealismo agisce generalmente per inversione, assegnando valore
di verità a ciò che era fino ad allora tenuto in conto di fantasma
e rovesciando l'idea del mondo come si potrebbe fare con un guanto. Breton,
nel suo attacco alle convenzioni, mette a fuoco una "provocazione"
globale: assegna alla notte le funzioni del giorno, valorizza l'irrazionale
neiconfronti del razionale, spiazza la logica a vantaggio dell'illogicità,
e così via. Tuttavia non esce dalla "trappola" degli opposti,
delle strutture e sovrastrutture, della spartizione orizzontale del mondo.
E per questa ragione che rimane "terrorizzato" dal pensiero di Bataille,
che rompeva la dicotomia tra il corpo e la mente e la cui "cattiveria"
non si stemperava con lo humour, ma con esso casomai si rinvigoriva.
Al fondo del surrealismo c'è sempre un castello apparentemente tenebroso
ma in realtà ricco di luci e di pietre preziose. L'irrazionale dei
surrealisti è "buono"; invece la ragione è cattiva.
La logica è banale; al contrario, l'illogicità e il non senso
sono poetici e inebrianti.
La pittura di Magritte e le sue favole a volte crudeli, a volle incantevoli,
spezzano una simile spirale e in qualche modo salvaguardano il surrealismo
dalla genericità, prima, e dalla gratuità, poi. Ciò avviene
perché l'artista di Bruxelles non identifica nel sogno la nuova, la
vera realtà, ma semplicemente ritiene che la realtà sia un sogno.
Infatti, per scoprire il non-senso delle cose basterà analizzare e
sottolineare come esse vadano a disporsi nell'apparato percettivo, nel meccanismo
dello sguardo e, in sintesi, ne 11'organizzarsi della visione.
Il non-senso, dunque, non appartiene solo e soprattutto al tempo rimosso,
ne allo "spazio" occultato del subconscio: esso abita il tempo e
lo spazio del giorno e della veglia, esso risulta dallo sforzo di "vedere
meglio" e di "vedere di più". Il surrealismo di Magritte
non si avvantaggia del buio e della penombra della luce: troppa luce, se così
si può dire.
L'arte aveva "preso
visione" del mondo e lo aveva tradotto in pittura; ma come si poteva
guardare la visione? Era possibile rivolgere lo sguardo non più e non
tanto al comporsi e al costruirsi dell'immagine, quanto al suo valore di comunicazione,
al suo pieno e al suo vuoto di verità, al suo senso e al suo nonsenso,
alla logicità o illogicità dei rapporti tra le immagini e le
pulsioni che la compongono? Rispondendo positivamente a queste domande l'"antipittore"
Rene Magnete si colloca nella centralità della pittura e delle sue
problematiche: una delle ultime grandi risposte europee in ordine a una tradizione
secolare cui ci si doveva relazionare con attenzione e insieme con spirito
trasgressivo. Dopo,
fu soprattutto gesto, corpo, tessitura fisica nel terrore esistenziale che
sconvolgeva e terremotava i sensi.
In un'opera del 1928, La mison d'otre. Rene Magritte raffigurava un occhio
posto al centro del foglio (si tratta di un acquerello su carta) sorretto
da una mano che "sorge" dal piano di un tavolo, mentre sulla destra
un "bibloquet" proietta un'ombra in forma umana sullo sfondo di
un cielo teatrale, contrassegnato dalle tende nere che racchiudono la "scena";
teatro della magia e del mistero in bilico tra il conscio e l'inconscio, l'irrealtà
del contesto e la possibilità reale di un conturbante stato psicologico.
Camera oscura della coscienza, l'occhio ricorda quello delle Visions o de
Le Cyclope del simbolista Odilon Redon. Tuttavia, mentre l'occhio dei lavori
di Redon vede tutto, come un bulbo ruotante a trecen tose ssanta gradi, quello
di Magritte è raffigurato nel tondo di una lente, o meglio esso è
riflesso dalla forma rotonda di uno specchietto: l'occhio che vede è
a sua i volta visto; l'artista stesso non guarda la realtà contingente
ma la visione che si compone nel suo occhio; questo è sospeso nel vuoto,
sostenuto da una mano senza corpo e la realtà che lo circonda è
insieme sensata e insensata, continua e discontinua, ma ha una sua giustificazione
logica nella consistenza della visione. A sua volta la visione non è
data solo da ciò che si vede, ma anche da ciò che si pensa,
dall'emozione dello sguardo e I della mente. L'occhio non vede tutto, ma tutto
(almeno per il pittore) fa centro nell'occhio, il quale ha una memoria, un
desiderio, una volontà, una regola e un'infrazione a questa; o altro
ancora, naturalmente.
In Le modèle rouge del 19^5 Magritte dipinge due scarpe, anzi due stivaletti
(polacchine?) che verso la punta prendono forma di piede umano. Dunque l'occhio
non solo vede ma anche pensa, è consapevole di ciò che ha visto,
di ciò che si nasconde dietro l'apparenza e di ciò che si potrebbe
vedere. In questo caso la visione si produce per metonimia, altre volte per
metafora: essa è il risultato di un processo retorico, ma si esplica
e si concretizza attraverso modelli logici che dispiegano l'illogicità
del mondo.
